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Il fiume da dentro è un’altra cosa

E’ incredibile quanto sia diverso il fiume visto da dentro. Lo guardi dall’alto, o magari anche dalla riva, e ti sembra di poterlo attraversare come se niente fosse, magari stando al telefonino. Quando entri, cambia tutto: ti accorgi che quella che sembrava una correntina placida, innocua, in realtà ti porta via la terra da sotto i piedi, quando la terra riesci a toccarla; e ti accorgi che i tuoi sforzi, anche se enormi, anche se da ernia, sono buffi movimenti totalmente inutili, movimenti di cui il fiume, che di colpo ti sembra una creatura vivente, non si accorge nemmeno.

Ma se la potenza del fiume, che per un profano è del tutto inaspettata e lì per lì te lo fa scambiare per il Colorado, non è l’unico aspetto nuovo e diverso del passaggio dai sassi della riva all’acqua. C’è anche la bellezza, ed è una bellezza straordinaria al di là di ogni retorica. E’ una bellezza (quella che ti si palesa cambiando il punto di osservazione sullo scenario che ti circonda) che tutti dovrebbero sperimentare, se non proprio da dentro, perlomeno molto più da “vicino” al fiume, perché solo così ci si rende davvero conto di cosa abbiamo, di che ricchezza immensa può “vantarsi” il nostro territorio e soprattutto del perché di certe battaglie che, viste da lontano, magari dai divani delle case di città, possono apparire anacronistiche iniziative di chi ha tempo da perdere. Non è così. Certo, ci si può arrivare anche ascoltando (o leggendo sui giornali) ciò che questa gente ha da dire; ma se si alzano le natiche dai divani e ci si avvicina ai problemi che vengono posti, la prospettiva cambia drasticamente.

Stiamo parlando del Trebbia, gioiello d’acqua e natura della nostra provincia, fiume che si distende a serpente in quella che intellettuali del calibro di Ernest Hemingway nel secolo scorso hanno definito come la valle più bella del mondo; ed Hemingway era uno di chi posti del mondo ne aveva già visti e vissuti parecchi.

Ma per cambiare punto di vista e vedere da vicino la bellezza (e con essa i problemi che la minacciano) del nostro fiume più blasonato, è necassario che  qualcuno ti dia una mano. Ci hanno pensato ieri quelli dell’Osservatorio permanente sulla Valtrebbia, che raccoglie realtà impegnate a vario titolo nella promozione e nella tutela della vallata. Un’iniziativa di grande impatto, riuscitissima, senz’altro destinata a fare da apripista per una lunga serie di altri appuntamenti analoghi; un’iniziativa che già nel nome ha scritta la sua forza: “Il richiamo del Trebbia”. «Una giornata da passare sul fiume – scrivono gli organizzatori coordinati da Gian Marco Rancati di “No Tube” -, ascoltando la sua voce, per scoprire insieme la valle più bella del mondo e per imparare a difenderla».

Una giornata intera, dunque, scandita da appuntamenti lungo tutto il corso del Trebbia da Ottone alla foce, nel Po, e “aperta” da un’iniziativa che, anche a livello d’immagine, è diventata il simbolo stesso del “Richiamo del Trebbia”: la discesa in canoa.

E se si parla di canoa e di Trebbia, esiste un nome solo: Martino Frova, professionista del fiume, sportivo di caratura internazionale con al suo attivo imprese che hanno fatto la storia della canoa. Martino, insieme a sua moglie Gabriella Poggi, a sua volta istruttrice di canoa, gestisce da anni il centro “Sports in open space” che ha la sua base a Marsaglia (sempre che il sindaco non decida di sfrattarli, ed è tema di questi giorni, ma questa è un’altra storia). Ebbene l’idea, nata proprio da Martino e sostenuta da Carlo Cerri, altro uomo di fiume, pescatore indefesso e abile canoista, era quella di discendere il Trebbia da Gorreto, percorrene tutti i suoi 85 chilometri, sfociare in Po a Piacenza e pagaiare poi fino alla società canottieri  Vittorino da Feltre.

Così è stato: Martino Frova e il suo compagno d’avventura Carlo Cerri si sono imbarcati a Ottone (a Gorreto non c’era acqua) poco prima delle 8 di ieri mattina e undici ore più tardi stavano brindando alla Vittorino.

Per un tratto, lungo solo pochi chilometri ma davvero “intensi”, c’eravamo anche noi di Cronaca in acqua con Martino. O meglio, in acqua dietro a Martino: gli abbiamo visto giusto le spalle per i primi minuti di discesa e di lì a pochissimo la bandiera col logo del “Richiamo del Trebbia” che gli sventolava sopra la testa è scomparsa dietro la prima delle tante anse che il nostro fiume disegna tra Marsaglia, dove ci siamo imbarcati – con la supervisione attenta (e visibilmente divertita!) di Gabriella Poggi e di altri professionisti di Sports in opens space che ci  hanno fatto da “scorta” in questo nostro battesimo della canoa -, e la splendida cornice di San Salvatore.

E’ lì che siamo approdati dopo aver pagaiato quasi due ore (Martino ha impiegato venti minuti o giù di lì), dopo esserci ribaltati un paio di volte (“godendo” così del “fresco” che solo l’acqua del Trebbia sa regalare in una piovosa giornata d’aprile) e dopo aver tribolato non poco per scattare qualche fotografia direttamente dalla canoa: il sottoscritto, per dirla come va detta, si è fatto tutto il tragitto con un bidone a tenuta stagna tra le gambe contenente la macchina fotografica (fornita dalla Cronaca, s’intende); bidone che a ogni rapida sobbalzava fastidiosamente e non di rado prendevaletteralmente il volo finendo poi nei flutti e costringendo i compagni di discesa (ben più esperti) a frettolosi recuperi prima che la macchina fotografica e il suo contenuto (che vedete in queste pagine) diventassero parte integrante del letto del fiume.

Ed era proprio poter osservare la natura della Valtrebbia dall’interno del Trebbia, sfruttando la visuale privilegiata della canoa, che non smetteva di sbalordire chi, come me, scendeva per la prima volta in canoa. Eravamo un bel gruppo; almeno una ventina di canoisti di cui alcuni (compresa la collega Barbara Coronella di Teleducato) alla prima esperienza assoluta. E ci si riconosceva subito: oltre che per l’evidente imperizia che ci portava a fare frequenti “bagni”, noi neofiti ci guardavamo intorno come fossimo nel miglior cinema 3D mentre i canoisti veri si divertivano a saltare sui massi che affioravano, scendevano all’indietro, volteggiavano: insomma, giocavano col fiume, ed era un piacere starli a guardare.

Poco prima di mezzogiorno eravamo a San Salvatore, dove avevamo lasciato l’auto coi vestiti asciutti e un salviettone di spugna, e poco dopo eravamo a Bobbio dove Martino e Carlo, i protagonosti dell’impresa, s’erano già rifocillati al banchetto allestito dall’associazione La Goccia proprio ai piedi del Ponte Gobbo prima di proseguire per Ponte Barberino.

(Andrea Pasquali per La Cronaca, maggio 2011)

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